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La Scozia dice no all’indipendenza. Il referendum parla chiaro: gli unionisti vincono col 55%. Brindano i mercati, vola la sterlina. Cameron può esultare mentre l’Europa tira un sospiro di sollievo.

Il risultato è comunque storico. Il 45% raggiunto dai “separatisti” è un grosso cruccio per le istituzioni britanniche ed europee in genere. Per due motivi. Da un lato il premier Salmond ha la possibilità di ottenere nuovi poteri oltre ad una revisione della costituzione del Regno Unito. In altre parole un’ulteriore devolution. Dall’altro il referendum – nonostante la sconfitta del sì – può dare ossigeno e speranza ai sentimenti indipendentisti di catalani, baschi, veneti e fiamminghi. Insomma, la questione non si può liquidare con una votazione. Il discorso è più ampio e profondo e la discussione politica comincia ora.

Una cosa sembra essere certa. La globalizzazione e l’economia-mondo non ammettono il localismo. Il sistema impedisce distinzioni territoriali, identità culturali e tradizioni. Dobbiamo essere tutti uguali, dal pensiero all’abbigliamento, dalla musica al cibo, dall’ateismo di massa al cellulare che compriamo. Consumatori fatti con lo stampino, dunque. Individui che desiderano gli stessi prodotti e pensano nella medesima maniera. E’ il prezzo da pagare per mantenere la pace, lo capisco. Se togli lo spirito di appartenenza togli la possibilità di futuri conflitti tra popoli, giusto. Ma, paradossalmente, alimenti la volontà di espressione locale. Lo spiega bene lo storico Agostino Giovagnoli: “Si potrebbe pensare che la globalizzazione spinga soprattutto a interessarsi di questioni internazionali. Però globalizzazione non vuole dire internazionalizzazione, significa piuttosto che l’orizzonte globale incide sempre più sul locale: essa provoca un aumento della complessità sul terreno culturale”.

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Soltanto così possiamo spiegare la ragione contemporanea dei nuovi secessionisti. L’indipendentismo catalano, a tal proposito, sembra il più economicamente plausibile fra i tanti. Sono più ricchi, contribuiscono maggiormente al benessere statale ricevendo meno. Conti alla mano, la Catalogna vale l’1.5% del commercio mondiale. Se fosse uno stato indipendente sarebbe tra i primi cinque esportatori al mondo. In un periodo di crisi è logico aspettarsi che il migliore della classe voglia staccarsi dal resto della nave che affonda. Come la Scozia che – anche se ancora unita – può ora pretendere maggiore libertà fiscale e politica rispetto a Londra.

Quando svanisce un sogno, arriva l’amaro in bocca. Oggi arriva solo a metà.

Paolo Fassino

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