Il Papa di Settembre — 13 novembre 2014

Il Papa di Settembre

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Il 26 Agosto 1978, Albino Luciani diventava Giovanni Paolo I. Il conclave che lo elesse fu uno tra i più rapidi di sempre, così come breve fu il suo pontificato. Nei suoi trentatré giorni di governo Luciani riuscì a lanciare messaggi scomodi e profondi, per certi versi rivoluzionari. Fu riscritta la comunicazione, stravolto il modo di apparire, rotto il muro che separava i pontefici dal resto del mondo. Avvicinava i fedeli, invitava i bambini a parlare al suo fianco nelle udienze pubbliche, si faceva prendere per mano, recitava poesie di Trilussa e sorrideva in ogni occasione. Parlava alle folle come fosse un catechista e non un monarca assoluto. Dubitava della sua stessa elezione, esprimendo ai cronisti una senso d’inadeguatezza al ruolo.

Il pensiero era rivolto agli ultimi, al sud del mondo, alle diseguaglianze, all’opulenza inutile dell’occidente. La timida apertura al contraccettivo quando ancora era cardinale, in pieno Concilio Vaticano II,  la rivalutazione del ruolo femminile nella Chiesa e la volontà di devolvere ai paesi poveri una parte della cassa vaticana, portarono alla netta spaccatura con la Curia romana. Ma non basta. Il giudizio severo nei confronti della proprietà privata e la frase ribelle  “Dio è più madre che padre” fecero crescere la sua popolarità e, al tempo stesso, il risentimento di un sistema arretrato e colluso.

Sul fronte denaro, Luciani si chiamò fuori dalle vicende opache dell’istituto per le opere religiose, il potente bancomat della Chiesa. A riguardo osò dichiarare: “Lo IOR deve essere integralmente riformato. La Chiesa non deve avere potere, né possedere ricchezze. Il mondo deve sapere le finalità dello IOR, come vengono raccolti i denari e come vengono spesi. Si deve arrivare alla trasparenza”.

La trasparenza e la povertà non arrivarono mai e le riforme furono prontamente bloccate. Papa Luciani fu trovato morto il 29 settembre 1978, nella sua stanza privata. La segretezza delle indagini, i depistaggi e l’autopsia mai autorizzata alimentarono le voci di un complotto interno per eliminare l’«eretico» al comando. Pochi giorni dopo Luciani fu un lontano ricordo. Il polacco Wojtyla prese per mano la Chiesa, ma questa è un’altra storia.

Paolo Fassino

Ps: 

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Ikea da legare — 10 novembre 2014

Ikea da legare

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Mai provato a passare l’intera giornata all’Ikea? Io sì. Un’esperienza al limite del mistico, ma andrò con ordine. L’ingresso è alle 10 del mattino. Te ne accorgi dalla coda che comincia a formarsi all’uscita della tangenziale. Pensi “a quest’ora saranno ancora tutti a letto”, macché! Famiglie numerose, bus organizzati per anziani, turisti per caso e curiosi di ogni genere si sono appena riuniti all’ingresso principale dello store. Scendi dall’auto, alzi lo sguardo con timore e vedi la tipica ressa della riviera. Sei obbligato a prendere coraggio. Devi comprare l’ultimo mobile di casa.

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Dentro tutto scorre più lentamente. L’atmosfera ovattata ti circonda, il caldo insopportabile (una solfatara è ghiaccio a confronto) entra nel midollo e la luce ora brillante ora soffusa ti proietta in un set cinematografico di bassa categoria. Appena superata la soglia, sei incastonato nella lenta processione verso l’uscita. Capisci subito che l’obiettivo della giornata sarà arrivare sano e salvo in fondo al negozio, evitando di collassare su un divano Friheten o scioglierti sul tappeto Toftbo.

In realtà delle migliaia di persone che transitano – a passo di testuggine centenaria – poche decine sono lì per comprare. Il resto della ciurmaglia boccheggiante sta solo passando un sabato anormale. La via crucis verso la luce del sole dura svariate ore. Cammini attento all’inizio, magari calpestando il vicino ma comunque un passo via l’altro. Poi subentra la noia, poi ancora la disperazione, infine l’apatia. Qui Fantozzi vedrebbe San Pietro con le chiavi sopra la testiera di Hemnes, nuovissimo letto in truciolato. Invece no, il calvario non lascia spazio alla speranza.

E così cominci a sudare freddo e vedere quelle che sembrano visioni nel deserto. Un esercito di anziani abbandonati su improbabili seggioloni in sala prova, le coppie di sposini appartate nel settore notte, bimbi che cercano di scappare dai genitori troppo occupati su tablet e Iphone nascondendosi nel reparto armadi. Il delirio si sta compiendo. Sembra quasi la celebrazione isterica di un rito o molto più facilmente un formicaio.

Ma non è finita qui. Quella che pare essere l’ora di pranzo è scandita d’un tratto da una voce fuori campo, un suono celestiale in mezzo al rozzo vociare della massa. “Vieni a provare le meraviglie della cucina svedese, oggi a soli 6,99€ il tipico pasto Ikea”. Pensi, cazzo ma dov’ero quando siamo stati superati a tavola pure dalla Svezia? Ma è questione di un attimo. Non si può riflettere oltre. La processione si è appena trasformata nella coda per il pasto caldo di una tristissima mensa vichinga. Prendi meccanicamente il tuo rancio, paghi e se proprio hai una botta di culo troverai una seggiola Vilmar su cui riposare per alcuni secondi. Non chiedo altro.

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Subito dopo ti alzi e torni a occupare il medesimo posto nella sfilata. Mancano ancora poche centinaia di metri e poi tornerai a respirare smog fuori dall’Ikea. Persino il grigiore di Torino ti sembrerà una spiaggia soleggiata delle Cayman. Chi sta nelle prime posizioni di quella che nel frattempo è diventata una marcia funebre comincia a risvegliarsi, vedendo la luce in fondo al tunnel. Qualcuno urla “Terra!”, un altro si affida all’Altissimo, i bambini si riuniscono in girotondi festosi. In un attimo è tutto finito. La gioia del corteo cessa d’improvviso, siamo tutti fuori, tutti liberi, tutti schiavi.

Mentre mi riprendo passa un vecchio. Si avvicina e, vedendomi provato come dopo un pellegrinaggio al Compostela, mi sussurra: “Lo sa che l’è andata bene? Per fortuna non c’è stata nessuna rissa”. “Sta scherzando?” rispondo sconvolto. “No, figliolo. Le migliori scazzottate della vita le ho viste proprio qui dentro!”. È così che mi sento finalmente sollevato.

Paolo Fassino

Quando svanisce un sogno — 19 settembre 2014

Quando svanisce un sogno

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La Scozia dice no all’indipendenza. Il referendum parla chiaro: gli unionisti vincono col 55%. Brindano i mercati, vola la sterlina. Cameron può esultare mentre l’Europa tira un sospiro di sollievo.

Il risultato è comunque storico. Il 45% raggiunto dai “separatisti” è un grosso cruccio per le istituzioni britanniche ed europee in genere. Per due motivi. Da un lato il premier Salmond ha la possibilità di ottenere nuovi poteri oltre ad una revisione della costituzione del Regno Unito. In altre parole un’ulteriore devolution. Dall’altro il referendum – nonostante la sconfitta del sì – può dare ossigeno e speranza ai sentimenti indipendentisti di catalani, baschi, veneti e fiamminghi. Insomma, la questione non si può liquidare con una votazione. Il discorso è più ampio e profondo e la discussione politica comincia ora.

Una cosa sembra essere certa. La globalizzazione e l’economia-mondo non ammettono il localismo. Il sistema impedisce distinzioni territoriali, identità culturali e tradizioni. Dobbiamo essere tutti uguali, dal pensiero all’abbigliamento, dalla musica al cibo, dall’ateismo di massa al cellulare che compriamo. Consumatori fatti con lo stampino, dunque. Individui che desiderano gli stessi prodotti e pensano nella medesima maniera. E’ il prezzo da pagare per mantenere la pace, lo capisco. Se togli lo spirito di appartenenza togli la possibilità di futuri conflitti tra popoli, giusto. Ma, paradossalmente, alimenti la volontà di espressione locale. Lo spiega bene lo storico Agostino Giovagnoli: “Si potrebbe pensare che la globalizzazione spinga soprattutto a interessarsi di questioni internazionali. Però globalizzazione non vuole dire internazionalizzazione, significa piuttosto che l’orizzonte globale incide sempre più sul locale: essa provoca un aumento della complessità sul terreno culturale”.

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Soltanto così possiamo spiegare la ragione contemporanea dei nuovi secessionisti. L’indipendentismo catalano, a tal proposito, sembra il più economicamente plausibile fra i tanti. Sono più ricchi, contribuiscono maggiormente al benessere statale ricevendo meno. Conti alla mano, la Catalogna vale l’1.5% del commercio mondiale. Se fosse uno stato indipendente sarebbe tra i primi cinque esportatori al mondo. In un periodo di crisi è logico aspettarsi che il migliore della classe voglia staccarsi dal resto della nave che affonda. Come la Scozia che – anche se ancora unita – può ora pretendere maggiore libertà fiscale e politica rispetto a Londra.

Quando svanisce un sogno, arriva l’amaro in bocca. Oggi arriva solo a metà.

Paolo Fassino

Bilderberg 2014: info utili dal club dei potenti. — 3 giugno 2014

Bilderberg 2014: info utili dal club dei potenti.

 

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Due giorni fa si è concluso, al Marriott Hotel di Copenhagen, il ritrovo annuale del club Bilderberg. Numerosi gli attivisti e i reporter che hanno affollato la capitale danese per protestare, chiedere informazioni o immortalare il vip di turno. Consueto silenzio assordante dei media mainstream  che, censurando l’evento, finiscono per dar voce alla pletora del complottismo sul web.

Perché nessuno ne parla? Ma soprattutto: sappiamo cos’è il meeting più importante del pianeta? Proverò brevemente a rispondere.

Il gruppo Bilderberg è una riunione annuale composta dalle personalità più influenti sulla scena politica, finanziaria e militare. Il primo incontro fu il 29 maggio 1954 in un lussuoso hotel di Oosterbeek (Paesi Bassi): il Bilderberg hotel, appunto. Da lì in poi, visto il clamoroso successo della prima edizione, fu istituito un consiglio permanente che selezionasse due invitati da 18 nazioni differenti (tra Europa, Usa e Canada). Così ogni anno decisero di incontrarsi in un resort diverso delle migliori località occidentali.

Scopo iniziale dichiarato del gruppo era di eliminare l’antiamericanismo in Europa, favorendo la cooperazione tra Vecchio Continente e Stati Uniti in campo politico, economico e in ottica di difesa.

Gli ideatori del Bilderberg sono 4: il politico polacco Jozef Retinger, il principe dei Paesi Bassi Bernard van Lippe-Bisterfeld (papà dell’ex sovrana Beatrice d’Olanda), il premier belga Paul van Zeeland e l’allora capo dell’Unilever Paul Rijkens. Il principe Bernard, tessera n°2583009 del partito Nazista, lavorò come spia per le unità speciali delle SS; le sue attività sono documentate dalle testimonianze del processo di Norimberga (Fonte: Newsweek, 5 aprile 1976). Giudò il club dal 1954 al 1976, anno in cui si dimise per uno scandalo di tangenti che lo vedeva coinvolto in prima persona. Bernard introdusse all’interno del meeting i livelli più alti delle forze armate occidentali, su tutte il capo della CIA Walter Bedell Smith.

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Gli incontri sono rimasti ufficialmente “segreti” fino al 2008, momento in cui, per rispondere a esigenze di trasparenza, il Bilderberg si è dotato di un sito internet ad hoc e di un ufficio stampa che pubblicasse la lista dei partecipanti e le tematiche trattate a ogni raduno (bilderberg.com). Nonostante ciò, il “Club dei potenti” rimane fuori dai telegiornali, relegato in trafiletti invisibili sui quotidiani e mai menzionato dagli stessi interessati. Chiedere per conferma a Mario Monti, Franco Bernabè, John Elkann o Lilli Gruber. Tutti attuali membri italiani del consesso riservato.

Nessuno osa proferir parola, perché nessuno può. Il motivo si chiama “Chatham House Rule”, un accordo morale siglato alla Chatham House di Londra per regolare le informazioni tra privati e istituzioni pubbliche. Secondo la Rule nessun membro è autorizzato a fornire notizie o dialoghi scambiati all’interno del gruppo privato. Tutto questo per garantire – si legge – la liberà di parola e l’anonimato del partecipante. In questo modo, il relatore non si dovrà preoccupare delle possibili ricadute sulla sua reputazione, conseguendo inoltre in “miglioramento delle relazioni internazionali” (Fonte: Chatham House History, Royal Institute of International Affairs).

Appurato il sano obiettivo, è doverosa una riflessione. Siamo nell’epoca dei social network e della sempre più crescente richiesta di democrazia partecipata. E’ ancora accettabile mantenere il silenzio su questioni che interessano milioni di cittadini? E’ tollerabile evitare la documentazione di un evento, seppur non ufficiale, di tale portata? Credo di no, per due ragioni. I popoli aspettano risposte e spiegazioni dalla classe dirigente che ha indiscriminatamente consegnato lo scettro alle multinazionali, creando diseguaglianze e crisi economiche. Secondo: una quantità simile di attori pubblici non può eludere domande sacrosante, né evitare di relazionare in modo soft sulle tematiche di primaria importanza pubblica trattate nel meeting. Il rischio potrebbe essere un aumento di teorie del complotto di ogni genere (come internet testimonia), rivolte e sentimenti anti-casta diffusi. Esclusa in parte l’Italia, le ultime elezioni europee parlano chiaro.

Le persone, oggi più che mai, hanno bisogno di motivazioni, positive/negative, o comunque di elementi – anche se mitigati – che diano ragioni valide agli eventi che le sovrastano. La globalizzazione è giusta? Spiegate il perché. La crisi era inevitabile? Ditelo. E’ necessario un governo tecnico che decida a livello globale? Benissimo: dichiaratelo con forza.

Non è più tempo di procedere con la politica del “lancio il sasso e tolgo la mano”. A tal proposito, come si fa a non capire la nascita di movimenti europei anti-sistema? L’unico modo per avvalorare la bontà del sistema è mostrare il sistema stesso, spiegarlo semplicemente e in modo limpido. Chi non lo fa, commette un errore di valutazione. Per superficialità o malafede.

Il Bilderberg: teoria tascabile.

L’alone di mistero che circonda il meeting ha fornito costantemente ossigeno al fuoco dei geopolitici e dei curiosi credenti nel cosiddetto “complotto”. La teoria più diffusa e, se si può dire, meno distante dalla realtà, la espone lo scrittore russo Daniel Estulin nel libro “Il club Bilderberg” (2005).

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Estulin sostiene che lo scopo dell’incontro sarebbe influire sulle dinamiche economico-politiche internazionali, per favorire gli interessi strategici dei componenti stessi del Gruppo. Al di là di ogni commento in merito, è curioso vedere come chi sia transitato nel Bilderberg abbia poi assunto cariche istituzionali rilevanti nello scacchiere globale. Ne sono ad esempio: Bill Clinton, Tony Blair, Mario Monti, Enrico Letta, Lucas Papademos, Mario Draghi, Jean-Claude Trichet, Herman Van Rompuy e Christine Lagarde (solo per citarne alcuni).

Sicuramente è un bel trampolino di lancio per le menti più illuminate del nostro tempo e un proficuo serbatoio di idee per la costruzione di un nuovo ordine mondiale, superati i vecchi blocchi della Guerra Fredda. L’unico neo? L’apparente concezione anti-democratica e privatistica con cui vengono sviluppate le questione pubbliche.

Dedica speciale.

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La chiusura è dedicata a David Rockefeller, ex presidente di Chase Manhattan Bank, presidente della Commissione Trilaterale e membro permanente del Bilderberg. Così si espresse sul silenzio dei media sulle questioni del meeting: “Siamo grati al Washington Post, al New York Times, al Time e ad altre grandi testate i cui editori hanno partecipato ai nostri meeting rispettando il loro impegno di discrezione per quasi 40 anni. Sarebbe stato impossibile per il Gruppo Bilderberg sviluppare il proprio piano per il mondo se fosse stato soggetto alle luci dei media, in questi anni”.

Come dire… Un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per il Bilderberg!

 

Paolo Fassino

 

 

 

 

 

LA SCIENZA AL SERVIZIO DELLA GIUSTIZIA: ARRIVA ANCHE IN ITALIA LA BANCA DATI DEL DNA — 6 marzo 2014

LA SCIENZA AL SERVIZIO DELLA GIUSTIZIA: ARRIVA ANCHE IN ITALIA LA BANCA DATI DEL DNA

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Uno spot pubblicitario mandato in onda negli ultimi mesi ci avvisa che presto anche l’Italia si doterà di una propria banca dati del DNA. Cerchiamo di capire meglio in cosa consiste questa nuova risorsa e quali possono essere vantaggi e rischi del suo utilizzo nel campo delle scienze forensi.

Con l’approvazione della legge 83/2009 l’Italia ha aderito ad un trattato internazione al quale prendono parte numerosi altri stati europei finalizzato a rafforzare la cooperazione fra le forze di polizia dei diversi stati dell’UE in materia di terrorismo, criminalità internazionale e immigrazione clandestina. Questo accordo prevedeva fra le altre misure l’istituzione di database nazionali in modo da poter agevolare lo scambio di informazioni riguardanti soggetti coinvolti in attività criminose.

Alla base di tutto ci dovrebbero essere in particolare una banca dati delle impronte digitali e una del DNA la cui utilità nel riconoscimento degli individui si è rivelata sempre più fondamentale negli ultimi decenni. Ma si sa, siamo in Italia, ed il passo tra l’approvazione e l’attuazione non è mai breve. Tanto che ad oggi, a distanza di molti anni, l’Italia non possiede ancora questa risorsa che invece è già stata usata con successo da molti paesi. Non solo gli USA, da sempre icona dell’avanguardia in questo settore ma anche alcuni stati Europei (Gran Bretagna, Germania, Spagna) si sono dotati di banche dati del DNA per risolvere casi di omicidio, stupro, rapina. Si tratta in sostanza di database governativi contenenti i profili genetici di soggetti condannati per reati penali o colti in flagranza di reato al fine di agevolare l’identificazione di autori di delitti. Un tale sistema permette la comparazione dei profili genetici dei soggetti con quelli presenti in un archivio informatico di persone già implicate in procedimenti penali , ottenuti dalle tracce biologiche rinvenute sulle scene del reato.

Diversi studi dimostrerebbero che questo sistema migliori l’efficienza delle indagini e permetta di ridurre i costi della giustizia. In Germania la Banca Dati è stata istituita nel 1998 raccogliendo fino ad oggi i profili di 500mila criminali e permettendo la risoluzione di oltre 18mila delitti solo nei primi sei anni.

OSTACOLI BUROCRATICI

Nonostante la pubblicizzazione la realizzazione della banca dati che l’Europa ci chiede di realizzare da ben nove anni – la normativa europea risale al 2005 – non è ancora cosa fatta. Infatti per il momento è pronta la sede ed alcuni macchinari ma diventerà effettivamente operativa solo nel 2015. Il bando per l’assunzione del personale è stato appena indetto e i tempi di realizzazione sono lunghi. L’opera è già costata 16 milioni di euro e ulteriori ingenti spese sono previste. Se tutto andrà per il meglio riusciremo ad allinearci agli altri stati europei con ben dieci anni di ritardo.

I TIMORI PER LA PRIVACY

Di fronte a tale notizia può sorgere qualche timore a riguardo della privacy dei cittadini. Chi rientrerà in questo super archivio contenente le nostre più intime informazioni genetiche? Va sottolineato che non ci troviamo di fronte ad una operazione di monitoraggio e controllo dell’intera popolazione. La legge specifica chiaramente quali saranno i soggetti a poter essere registrati nella banca dati.

I campioni di DNA saranno ricavati da • soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale • relativi a reperti biologici acquisiti nel corso di procedimenti penali • persone scomparse o loro consanguinei e di cadaveri e resti cadaverici non identificati. Al laboratorio centrale spetterà anche il compito della tipizzazione dei profili a partire dal DNA e della conservazione dei reperti biologici dai quali sono stati ricavati i profili. Le forze di polizia disporranno di un elenco dei profili schedati e all’autorità giudiziaria compete la messa in atto dei provvedimenti volti a ricavare i dati genetici degli individui. Le autorità potranno raccogliere reperti sulla scena del crimine e portarli agli esperti scientifici del laboratorio della banca dati i quali potranno fare un confronto con i dati posseduti. Solo nel caso di un’eventuale corrispondenza sarà allora rivelata l’identità del soggetto a cui appartiene il campione.

A fronte di ciò possiamo dunque affermare che il normale cittadino non dovrebbe avere nulla da temere, anzi si tratta di un esempio di come la scienza possa tornare utile per offrire una maggiore sicurezza. Ovviamente come ogni risorsa di tale delicatezza va usata con i massimi riguardi, da personale esperto e nel rispetto della legalità. Ci auspichiamo di vedere al più presto in funzione il progetto.

Marco D’Acunti

Saving Mr. Banks — 2 marzo 2014

Saving Mr. Banks

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Delicato, semplice, mediamente profondo. Il nuovo di John Hancock è decisamente un film ben fatto. La fotografia eccellente – realistica la trasposizione cromatica degli anni ’60, da cartolina alcune sequenze australiane – il cast di prim’ordine e la colonna sonora di Thomas Newman (lo ricordiamo per le note di American Beauty, Il Miglio verde e Wall-E) conferiscono dignità e drammaticità alla pellicola.

Ecco, non aspettatevi una commedia. Saving Mr. Banks prende posizione, rimanendo un film drammatico. Certo, il comico compare. Ma a tratti, quasi a sottolineare il contrasto tra la signora Travers (Emma Thompson), il suo passato (Colin Farrell) e il mondo patinato che Walt Disney (Tom Hanks) rappresenta. Un’esistenza crudele negli Studios: austerità, rigore e solitudine fanno da contraltare a dollari, dolciumi e frivolezze varie.

Saving Mr. Banks ci fa apprezzare allo stesso tempo il leggero dietro le quinte di Mary Poppins e la gravità della vita. Si poteva fare diversamente? Forse. L’importante è che il succo rimanga ben in vista. A volte i dolori non si possono spazzare via con il solo desiderio, né con una risata. Da vedere senz’altro.

Paolo Fassino

TOP NEWS FEBBRAIO — 1 marzo 2014

TOP NEWS FEBBRAIO

Febbraio è il mese più corto dell’anno ma per certi versi è sembrato interminabile. Periodo d’esami per gli studenti universitari ma anche per il governo, il nuovo governo; eh già, oramai non ci si può distrarre un attimo che ci si ritrova con un altro Presidente del Consiglio e chi, come il sottoscritto, rimane qualche giorno senza aggiornarsi per impegni vari rischia di perdersi per strada. Un mese dal clima instabile, non solo quello meteorologico ma anche quello di diversi scenari sociopolitici internazionali . Insomma, sono stati 28 giorni ricchi di eventi. Diamo uno sguardo insieme.

PERCHÉ SAN REMO È SAN REMO

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Lo so, parlare di questo con tutto ciò che è accaduto negli ultimi giorni può sembrare segno di superficialità a scarso senso critico. Tuttavia febbraio è anche il mese del Festival di San Remo. Un evento che – non possiamo negarlo – è stato e rimane un simbolo di questo Paese. Nel bene e nel male, che ci piaccia o meno San Remo rappresenta una buona parte degli italiani e della nostra cultura. Da tale punto di vista il flop di quest’anno non può che indurci ad una amara riflessione. Ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo piatto, banale, privo di innovazione e di creatività come ci si aspetta da un evento culturale e artistico di tale portata. Ospiti dall’età media di 70 anni e canzoni prive di contenuti oscurate da siparietti di una tristezza disarmante. E’ facile fare i moralisti e lanciare ovvi slogan però perdonatemi se dico che se il festival rispecchia l’Italia e gli italiani l’immagine che ne è risultata è alquanto sconfortante. E’ ora di cambiamento, rinnovamento, freschezza. Se non si riesce a farlo a partire da un evento artistico è difficile pensare come ciò sia possibile in altri ambiti.

OLIMPIADI INVERNALI DI SOCHI

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Questo mese ha anche accolto un grande evento sportivo: le Olimpiadi invernali di Sochi in Russia. Le competizioni nei vari sport su ghiaccio hanno visto fronteggiarsi gli atleti di ben 88 nazioni. I giochi sono stati anche oggetto di alcune polemiche e non sono mancati messaggi e gesti provocatori da parte degli atleti in particolare contro le politiche anti-gay di Putin. Il bilancio dell’evento vede la Russia prima nel medagliere seguita da Norvegia e Canada. Solo ventiduesima l’Italia.

MORTO UN GOVERNO SE NE FA UN ALTRO

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La scalata del giovane sindaco di Firenze è finalmente giunta a termine e nel caso non ve ne foste accorti abbiamo un nuovo governo, il terzo nel giro di tre anni, l’ennesimo a non essere stato eletto. Matteo Renzi è diventato il nuovo presidente del Consiglio purtroppo con metodi ancora una volta discutibili che in molti avrebbero preferito si evitassero. Ricapitoliamo dunque gli ultimi eventi di palazzo. Il neo segretario del PD che fino a pochi giorni prima aveva garantito il suo sostegno al governo Letta manifesta la necessità di un cambiamento alla guida del governo al fine di porre in essere quei provvedimenti essenziali sui quali si sta a lungo temporeggiando. Il 13 febbraio Renzi presenta un documento con i piani di governo alla direzione del PD. Si effettua la votazione, Letta viene sfiduciato dalla base del partito e il piano di Renzi viene approvato. Si aprono le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Non mancano forti contrasti sia nel centrosinistra che fra le altre forze politiche. SEL e Lega si rifiutano di partecipare alle consultazioni. Grillo viene spinto dal “popolo della rete” del M5S ad incontrare Renzi. Ne viene fuori un confronto mandato in onda in diretta streaming durante il quale il comico genovese non fa proferire parola all’ex sindaco toscano accusandolo di essere il rappresentante di quei poteri forti che il suo movimento da sempre contrasta. Il 21 febbraio la nuova squadra di governo viene presentata. Compaiono nuovi nomi come quello di Padoan all’economia e Orlando alla giustizia. Non mancano i ministri del Nuovo Centro Destra oramai consolidato alleato di governo: tra gli altri ricordiamo Alfano che resta agli Interni e Lupi alle infrastrutture. Il 25 febbraio Renzi ottiene la fiducia alla camera ed il 26 assume ufficialmente il suo nuovo incarico. All’ex sindaco di Firenze si deve ad ogni modo riconoscere il merito aver cambiato il linguaggio e i ritmi della politica. Adesso restiamo in attesa dei fatti.

VENEZUELA: CONTINUA LA RIVOLTA

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La drammatica situazione del paese fa continuare le proteste contro le politiche economiche del presidente Maduro. Numerosi iniziative sono state portate avanti dal leader dell’opposizione Leopoldo Lopez al fine di manifestare il dissenso e l’indignazione della popolazione. Non sono mancati scontri con le forze dell’ordine e purtroppo si contano numerose vittime. In particolare ha avuto grande risonanza la morte di Genesis Carmona, la famosa modella raggiunta da un proiettile durante la manifestazione. Da quando la rivolta è iniziata si sono verificati diversi scontri fra i sostenitori di Maduro ed i dissidenti. Quest’ultimi costituiti in buona parte da studenti chiedono le dimissioni del presidente ritenuto responsabile della drammatica situazione economica in cui versa il paese e accusato di violazione dei diritti umani e limitazione della dignità di stampa. Il governo d’altro canto accusa gli oppositori di essere manovrati dagli

USA. UCRAINA: VERSO UN NUOVO GOVERNO

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Gli scontri in Ucraina sembrano aver raggiunto il loro picco più sanguinoso negli ultimi giorni. Dopo mesi di proteste di piazza, conflitti fra manifestanti e forze dell’ordine e numerose vittime i dissidenti del popolo sembrano aver avuto la meglio sugli esponenti del governo di Yanukovich. Ricordiamo che il conflitto ucraino vede ormai da diversi mesi lo scontro fra una grande parte della popolazione desiderosa di avvicinarci all’Occidente ed il governo filosovietico. Tuttavia è opportuno sottolineare come non sia sufficiente una semplificazione del genere per spiegare la crisi di uno stato politicamente, economicamente e religiosamente diviso dove vi è certo una metà della popolazione desiderosa di aprirsi maggiormente all’Europa ed una più vicina alla Russia ma dove è possibile trovare mille altre sfumature alla base dei problemi sociopolitici. Il 22 febbraio il presidente Viktor Yanukovich è stato deposto e si è dato alla fuga. Intanto la sua principale oppositrice politica Julia Tymoshenko è tornata il libertà. Il suo discorso in piazza Maidan a Kiev ha infiammato gli animi degli ucraini. Il 26 febbraio Yatseniuk, fedelissimo della Tymoschenko, è stato eletto primo ministro alla guida di un nuovo governo. I rapporti con la Russia si fanno sempre più tesi e da Mosca arriva l’ordine di mobilitare le truppe in Crimea. Ventimila paracadutisti invadono così l’Ucraina sud-orientale.

Ed anche per questo mese abbiamo concluso la nostra lista di TOP NEWS. Appuntamento alla prossima volta!

Articolo di Marco D’Acunti

A cura di Paolo Fassino

La staffetta senza testimone — 12 febbraio 2014

La staffetta senza testimone

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Il governo Letta è al capolinea. Ma perché? È vero, non ha realizzato nulla o quasi del programma presentato in Parlamento. Però è lì, ha una maggioranza, forse un’agenda – sempre quella delle banche, mi raccomando – e pure un pizzico di considerazione internazionale (India a parte). Dunque per quale motivo dovrebbe rinunciare?

«Lo vogliono i creditori» sostengono alcuni. No! «Sono le agenzie di rating», gridano altri. Fino a colpevolizzare i capri espiatori più sdoganati, e via dicendo. E se invece lo volesse il Partito Democratico? Cioè, se la staffetta Letta-Renzi fosse realizzata apposta dalla minoranza interna per bruciare il giovane segretario? Credo sia un ottimo presupposto. Tant’è che i primi a sentire la pressione sono proprio i renziani. Della serie: non siamo ancora pronti per il grande passo, intesi?!

Prodi avvisa i naviganti – «evitate di riproporre la staffetta, già la mia fu un suicidio» – mentre il guru di Eataly Farinetti ci regala il suo desiderio: «Bisogna che Renzi vada al governo senza passare dal voto».

Ah giusto… Il voto. Ormai se lo ricordano solo gli iscritti Pd. Loro hanno fatto le primarie. Bastano quelle. Non serve più la votazione nazionale, o comunque non serve più farla e metterla in pratica, consegnando all’Italia governi legittimati. È necessario governare, costi quel che costi. Al presidente sul Colle non importa come o con chi. Poi se si votasse, potrebbe vincere qualcuno di sgradito. Grillo, per esempio. Il movimento 5 stelle, dal canto suo, è colpevole di fare vera opposizione. Certo.

La domanda sorge spontanea. Ma non era il popolo a decidere in cabina elettorale? Forse, modificando la Costituzione, aggiungeranno che il Presidente della Repubblica può cambiare, rimpastare e decidere tutti i governi e premier che vuole, senza passare dal voto. A seconda di quanto gli garba. Ma fino ad allora, Napolitano dovrebbe evitare l’ennesimo pastrocchio. O ci teniamo Letta o andiamo al voto. Non siamo nella «dittatura» Pd. Siamo ancora in quella Piduista, se lo ricorda?

In fin dei conti, e concludo, «serve» un personaggio che faccia le riforme invocate dai think tank sovranazionali. Se Enrico Letta non vuole esporsi, ecco che Matteo Renzi può essere il sacrificio necessario. Il punto cruciale è questo.

Con tutto ciò, le loro riforme saranno le uniche realmente utili ed efficaci? Ci spiegheranno mai quali sono? Ho serissimi dubbi.

Paolo Fassino

Top News: Gennaio! — 31 gennaio 2014

Top News: Gennaio!

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Gennaio è un mese freddo, si sa. Il generale inverno è al pieno delle sue forze, il tempo è ostile e da qualche parte i fiocchi di neve hanno fatto la loro comparsa imbiancando le strade. Tuttavia è anche il primo mese dell’anno, il momento dei nuovi progetti e dei nuovi programmi per il futuro. Alcuni avvenimenti, nel bene e nel male, hanno contribuito a rendere questo periodo più vivo e “caldo” del solito.

Sebbene “la politica mi scalda poco il cuore” come dice Celentano in una sua celebre canzone sono proprio le vicende del Palazzo ad aver dominato questi ultimi 30 giorni ma non mancano notizie interessanti sul piano della cultura e dello spettacolo. Guardiamo un po’ insieme cosa è successo.

I CONFLITTI.

Egitto-scontri

Continuano e si aggravano i conflitti internazionali. In Egitto lo scontro fra i sostenitori di Morsi e coloro che chiedono un intervento dell’esercito si fa più sanguinoso che mai. Il momento più critico si è raggiunto lo scorso 26 gennaio, giorno che doveva essere la festa del terzo anniversario del Golpe che destituì il dittatore Mubarak: bombe e decine di morti, questo è stato il tragico resoconto della giornata. Il fiume di sangue non si arresta neanche in Siria dove il conflitto fra le forze governative e i ribelli continua a far registrare uno spaventoso bollettino di guerra giornaliero.

L’INCONTRO.

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Uno degli eventi che ha fatto più discutere è stato senza dubbio l’incontro di Matteo Renzi con Silvio Berlusconi. Il neosegretario del PD ha infatti incontrato i leader dei principali partiti per discutere la proposta di nuova legge elettorale. In molti sono coloro che hanno condannato la scelta del sindaco di Firenze ritenendo poco opportuno un meeting con il nemico giurato di sempre, nonché condannato da una recente sentenza. Come sempre Renzi ha ignorato tutto e tutti dimostrando una personalità forte e decisa ma anche una certa tendenza al controllo totalitario che a molti non può non ricordare l’atteggiamento di un certo Cavaliere… Lo scontro interno fra le diverse anime del PD si fa sempre più scintillante ed a dimostrarlo sono le dimissioni di Fassina da viceministro dell’Economia e quelle di Cuperlo dalla presidenza. Il dialogo con le opposizioni si sta rivelando un punto forte della strategia renziana, quella con i collaboratori un po’ meno.

HABEMUS ITALICUM.

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Ad ogni modo le varie chiacchierate sembrano essere state fruttuose. Renzi stringe accordi con Forza Italia, Nuovo Centro Destra e le altre forze politiche mettendo a punto quella che potrebbe diventare la nuova legge elettorale. Il suo nome è già sulle bocche di tutti: Italicum. Ma quali sono i punti peculiari del nuovo sistema di voto? Doppio turno per le coalizioni. Soglia del 37% per vincere al primo turno, in caso contrario si va al ballottaggio. Soglie di sbarramento al 4,5% per i partiti che concorrono in coalizione, all’8% per i partiti che concorrono da soli e al 12% per le coalizioni. Non è inserita la possibilità di esprimere le preferenze per gli elettori come voluto da una buona fetta della sinistra. Tuttavia i partiti dovranno presentare una lista bloccata di candidati i cui nomi saranno indicati sulla scheda elettorale in modo che il cittadino abbia una minima garanzia di chi vedrà al governo. Non mancano le polemiche su vari fronti. Tuttavia nonostante la legge presenti delle pecche rappresenta senza dubbio un grande passo in avanti in una politica immobile da troppo tempo. Questo merito va riconosciuto a Matteo Renzi in primis. Adesso si aspetta la votazione in Parlamento. La strada è tutt’altro che spianata.

I BROGLI ELETTORALI IN PIEMONTE.

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Il 10 gennaio la sentenza del TAR annulla le elezioni regionali 2010 in Piemonte. Il tribunale ha accolto il ricorso dell’allora sfidante alla presidenza Mercedes Bresso. La vittoria di Roberto Cota, attuale presidente della regione, sarebbe stata ottenuta illecitamente mediante la raccolta di firme false. Presto per i piemontesi vi sarà un ritorno alle urne. Cota annuncia di sentirsi perseguitato dai giudici e definisce la sentenza come un “attacco alla democrazia”. Ad ogni modo si aggrava la posizione della Lega in Piemonte la cui credibilità era stata già minata dalle accuse di truffa sui rimborsi elettorali.

LA GRANDE BELLEZZA.

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E’ con grande piacere che possiamo chiudere la classifica mensile con una notizia di cultura e spettacolo. “Il film La grande bellezza” di Paolo Sorrentino si è infatti aggiudicato un importante riconoscimento a livello internazionale vincendo il Golden Globe nella categoria miglior film straniero. Era dal 1989 che un film Italiano non otteneva questo premio. Si tratta dunque di un grande successo per il cinema nostrano che, nonostante le innumerevoli difficoltà che nel nostro Pese affliggono il mondo della cultura, riesce ancora a piacere e ad affascinare. Il film ha anche trionfato agli European Film Awards, conquistando gli “Oscar europei” per il miglior film, la miglior regia ed il miglior attore – uno straordinario Toni Servillo – . Non possiamo non essere orgogliosi e fiduciosi per questo successo che dimostra ancora una volta la validità e la professionalità dei nostri artisti.

Per questo mese si conclude qui la nostra classifica. Appuntamento a febbraio!

Marco D’Acunti

 

 

Edizione a cura di Paolo Fassino

Il Business dei farmaci: quando curarsi diventa una questione di mercato — 30 gennaio 2014

Il Business dei farmaci: quando curarsi diventa una questione di mercato

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Quando ognuno di noi pensa ad una medicina ha in mente quel miracoloso siero che permette di guarire da una malattia, quella pillola che allevia il dolore dei degenti e garantirà loro di tornare in piena forma. Quando in particolare ci riferiamo a gravi patologie il farmaco diventa l’unica salvezza, l’unica possibilità di guarigione. Nel caso di malattie rare, complicate e poco conosciute immaginiamo equipe di medici e ricercatori alle prese con la difficile sfida di individuare il principio attivo che sarà in grado di dare una speranza a tanti ammalati.

Tutto questo è senza dubbio vero ma, spesso, trascuriamo ciò che sta intorno. Dimentichiamo il nesso che esiste fra le medicine e il mercato. Al giorno d’oggi i farmaci sono considerati e trattati come tutti gli altri prodotti. Vengono realizzati da aziende specializzate sostenendo dei costi e realizzando dei profitti. Come tali tuttavia sono soggetti alle leggi di mercato, quelle diaboliche leggi di domanda ed offerta sulla base delle quali ciò che è poco richiesto e costoso da produrre diventa svantaggioso da mettere in commercio.

Per tale ragione, nonostante questo ci appaia ovviamente assurdo, accade che le aziende farmaceutiche interrompano la produzione di quei medicinali considerati poco redditizi sebbene vi siano persone che ne hanno bisogno e che, senza le adeguate cure, rischiano la vita. Si tratta per lo più di quei farmaci per le malattie rare i cui acquirenti sono così pochi da rendere del tutto improduttivo la loro realizzazione e commercializzazione.

IL LUNGO VIAGGIO DELLE MEDICINE

Facendo una ricerca a riguardo ci si accorge che sono davvero numerosi i farmaci per i quali negli ultimi anni è stata ridotta o bloccata la produzione. La grave crisi economica non ha certo migliorato il trend e nel 2013 la difficoltà nel reperire i medicinali è stata molto superiore agli anni precedenti. Oltre alla questione costi l’origine del problema risiede anche nella difficoltà nel reperire le materie prime, nell’ottenimento delle autorizzazioni da parte dei governi e nei blocchi di commercializzazione dovuti al riscontro di difetti di qualità del prodotto.

Infatti come tutti i beni anche le medicine risentono dell’influenza della globalizzazione dei mercati e della delocalizzazione delle attività produttive. Spesso per ragioni economiche il principio attivo è prodotto in Cina o in India.

Oggi dal 60 all’80% dei principi attivi risulta essere prodotto fuori dall’Europa. Il medicinale grezzo è spedito in Europa o negli Stati Uniti.  Successivamente si ha la fase di fabbricazione del farmaco ed il suo confezionamento che può addirittura avvenire in una sede ancora diversa. Tutti questi passaggi fanno sorgere delle preoccupazioni sul rispetto della qualità del prodotto, inoltre fanno sì che un imprevisto in un solo anello della catena possa bloccare tutta la procedura ritardando i rifornimenti.

ALCUNI ESEMPI EMBLEMATICI

Il Caelyx è un importante farmaco tumorale commercializzato dal laboratorio Janssen. Nel l settembre del 2011 ha cominciato a scarseggiare a causa del blocco dell’unico impianto che lo produceva, negli Stati Uniti creando disagi a numerosi pazienti che non hanno risposto bene a cure alternative. Il Levothiorox è usato per l’ipotiroidismo. La scorsa estate il laboratorio tedesco che lo produce, il Merck Serono, ha avuto  problemi nel reperimento delle materie che hanno prodotto un blocco della produzione.

Non mancano casi nemmeno in Italia. L’Eudigox è un farmaco prescritto per problemi di insufficienza cardiaca, La licenza di fabbricazione è stata comprata dal laboratorio italiano Teofarma che però ha delle ha avuto delle difficoltà nella produzione. Il medicinale non è più disponibile e gli ospedali stanno utilizzando le scarse scorte rimaste. Si tratta di una situazione molto delicata considerando che secondo i medici non esiste un’altrettanto efficace alternativa al farmaco.

Da notare che fino a questo momento abbiamo riportato situazioni di patologie tutto sommato abbastanza diffuse. Se si fa riferimento a malattie rare o presenti prevalentemente in aree del pianeta molto povere allora la questione diventa ancora più drammatica.

Il cloramfenicolo è un antibiotico isolato nel 1947 e da allora è stato utilizzato con grande  successo nei casi di gravi infezioni resistenti ad altri trattamenti quali la meningite, il tifo e la febbre tifoide diffuse soprattutto nel Sud del mondo. Tuttavia la casa madre, la Roussel Uclaf,  ne bloccò la produzione per mancanza di finanziamenti. Risultava poco remunerativo ed oggi  non è più reperibile sul mercato.

L’eflornitina cloridrato (nome di mercato: Ornidyl) è l’unico farmaco esistente la malattia del sonno, trasmessa dalla mosca tse-tse che uccide ogni anno 150.000 persone, soprattutto in Africa. Messo a punto nel 1985 dall’industria americana Merell Dow il farmaco oggi non è più in commercio.  Il motivo? Le popolazioni a cui è destinato sono principalmente  quelle africane, talmente povere da non potersi permettere di comprarlo.

CONSIDERAZIONI

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A fronte di quanto detto finora non si possono che fare alcune ovvie considerazioni. Per quanto nella logica di mercato odierna un farmaco possa essere considerato un prodotto equiparabile a qualunque altro è sufficiente una semplice riflessione ed una minima dose di buonsenso per rendersi conto che la produzione di un bene così importante non può sottostare in tutto e per tutto alle leggi di mercato.

Le aziende farmaceutiche, per quanto siano soggetti privati (liberi di operare nella massima autonomia) e pur  avendo il pieno diritto di realizzare un profitto, non possono e non devono rinunciare a quel senso morale imposto dall’assoluta rilevanza del loro fine. Appare evidente l’intervento di una più oculata organizzazione a livello nazionale ed internazionale che ponga dei limiti, eserciti un controllo, finanzi e sostenga laboratori ed aziende. Occorre rendersi conto che oltrepassata una certa linea non si sta più parlando di numeri, di formule finanziare, di target o piani commerciali. Siamo davanti a persone, persone sofferenti e bisognose di aiuto.

Non è mai scontato ricordare a tutti che la salute è un diritto inviolabile di ogni cittadino, di ogni uomo e donna. E’ un diritto anche disporre dei mezzi per preservarla.

Marco D’Acunti

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