Ikea da legare — 10 novembre 2014

Ikea da legare

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Mai provato a passare l’intera giornata all’Ikea? Io sì. Un’esperienza al limite del mistico, ma andrò con ordine. L’ingresso è alle 10 del mattino. Te ne accorgi dalla coda che comincia a formarsi all’uscita della tangenziale. Pensi “a quest’ora saranno ancora tutti a letto”, macché! Famiglie numerose, bus organizzati per anziani, turisti per caso e curiosi di ogni genere si sono appena riuniti all’ingresso principale dello store. Scendi dall’auto, alzi lo sguardo con timore e vedi la tipica ressa della riviera. Sei obbligato a prendere coraggio. Devi comprare l’ultimo mobile di casa.

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Dentro tutto scorre più lentamente. L’atmosfera ovattata ti circonda, il caldo insopportabile (una solfatara è ghiaccio a confronto) entra nel midollo e la luce ora brillante ora soffusa ti proietta in un set cinematografico di bassa categoria. Appena superata la soglia, sei incastonato nella lenta processione verso l’uscita. Capisci subito che l’obiettivo della giornata sarà arrivare sano e salvo in fondo al negozio, evitando di collassare su un divano Friheten o scioglierti sul tappeto Toftbo.

In realtà delle migliaia di persone che transitano – a passo di testuggine centenaria – poche decine sono lì per comprare. Il resto della ciurmaglia boccheggiante sta solo passando un sabato anormale. La via crucis verso la luce del sole dura svariate ore. Cammini attento all’inizio, magari calpestando il vicino ma comunque un passo via l’altro. Poi subentra la noia, poi ancora la disperazione, infine l’apatia. Qui Fantozzi vedrebbe San Pietro con le chiavi sopra la testiera di Hemnes, nuovissimo letto in truciolato. Invece no, il calvario non lascia spazio alla speranza.

E così cominci a sudare freddo e vedere quelle che sembrano visioni nel deserto. Un esercito di anziani abbandonati su improbabili seggioloni in sala prova, le coppie di sposini appartate nel settore notte, bimbi che cercano di scappare dai genitori troppo occupati su tablet e Iphone nascondendosi nel reparto armadi. Il delirio si sta compiendo. Sembra quasi la celebrazione isterica di un rito o molto più facilmente un formicaio.

Ma non è finita qui. Quella che pare essere l’ora di pranzo è scandita d’un tratto da una voce fuori campo, un suono celestiale in mezzo al rozzo vociare della massa. “Vieni a provare le meraviglie della cucina svedese, oggi a soli 6,99€ il tipico pasto Ikea”. Pensi, cazzo ma dov’ero quando siamo stati superati a tavola pure dalla Svezia? Ma è questione di un attimo. Non si può riflettere oltre. La processione si è appena trasformata nella coda per il pasto caldo di una tristissima mensa vichinga. Prendi meccanicamente il tuo rancio, paghi e se proprio hai una botta di culo troverai una seggiola Vilmar su cui riposare per alcuni secondi. Non chiedo altro.

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Subito dopo ti alzi e torni a occupare il medesimo posto nella sfilata. Mancano ancora poche centinaia di metri e poi tornerai a respirare smog fuori dall’Ikea. Persino il grigiore di Torino ti sembrerà una spiaggia soleggiata delle Cayman. Chi sta nelle prime posizioni di quella che nel frattempo è diventata una marcia funebre comincia a risvegliarsi, vedendo la luce in fondo al tunnel. Qualcuno urla “Terra!”, un altro si affida all’Altissimo, i bambini si riuniscono in girotondi festosi. In un attimo è tutto finito. La gioia del corteo cessa d’improvviso, siamo tutti fuori, tutti liberi, tutti schiavi.

Mentre mi riprendo passa un vecchio. Si avvicina e, vedendomi provato come dopo un pellegrinaggio al Compostela, mi sussurra: “Lo sa che l’è andata bene? Per fortuna non c’è stata nessuna rissa”. “Sta scherzando?” rispondo sconvolto. “No, figliolo. Le migliori scazzottate della vita le ho viste proprio qui dentro!”. È così che mi sento finalmente sollevato.

Paolo Fassino

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