The Wolf of Wall Street — 26 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

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“Di più non basta mai.” Ecco The Wolf of Wall Street, il più sfrontato film di Martin Scorsese.

Un Caligola moderno per il quale droga, sesso, soldi e potere sono i cardini di una vita sempre sopra le righe. Con il sapiente uso della commedia – quasi demenziale –  Scorsese narra l’ascesa e il declino di un uomo che vince e che non ammette alternativa alla vittoria.

Si tratta di Jordan Belfort, fulminato agente di borsa di una New York fuori dal tempo. Sarebbe ambientato nei primi anni ’90, ma il protagonista – Di Caprio da Oscar – è così travolgente da rendere lo scenario una cornice di scarsa rilevanza: anni ’20, ’50, ’80, crisi, boom economico, il vero “lupo di Wall Street” avrebbe potuto vivere qualunque situazione e ne sarebbe sempre uscito guadagnandoci. È l’incarnazione di una versione demoniaca del sogno Americano, nella quale la determinazione va a braccetto con cinismo e slealtà.

Durante la visione veniamo risucchiati in un tunnel di avidità ed eccessi che Jordan ha generato con la sua ossessione per il denaro. È così reale e vicino che possiamo provare le sue stesse emozioni e vivere attraverso i suoi occhi, ma abbiamo sensazioni negative? Per niente. Nonostante tutto, finito il film, vorremmo essere come lui, gente predestinata a distinguersi che per quanti errori possiamo commettere non saremo mai costretti a pagarne le conseguenze.

Come può la regia rendere tutto ciò credibile? Rendendosi semplice. Il mondo della finanza per noi comuni mortali è incomprensibile, ma in questo film noi lo vediamo attraverso gli occhi di uno che della finanza è un genio. Ecco che allora ci sembra un gioco, semplicissimo. Il tono rimane sempre ironico e scherzoso anche nei momenti più sconfortanti e il ritmo non cala mai. Come se anche noi spettatori fossimo sotto effetto di droghe, sempre carichi fino alla fine, incapaci di capire cos’è giusto o quando siamo all’apogeo o sull’orlo del baratro.

Un film carico di estetica, esente da lezioni morali eppure pieno di spunti di riflessione. Infatti, sotto la maschera di commedia americana frivola e spensierata c’è una riflessione così estremamente nichilista da giustificare Belfort. Dopotutto la sua vita è insensata, ma non più di quella di chiunque altro. Con la differenza di qualche villa, yacht e Lamborghini. Emblematica la battuta: “Non c’è nobiltà nella povertà. Sono stato un uomo povero, e sono stato un uomo ricco. E scelgo di essere ricco tutta la vita, dannazione!”

Fabio Rossato

Curiosità: La scena nella cameretta della figlia è costata 17 ore di lavoro. Nell’edizione che vediamo al cinema dura pochi minuti, ma nel cut originale la bella Margot Robbie si sarebbe dovuta masturbare davanti a Di Caprio. Per l’imbarazzo la scena non veniva perfetta come voleva Martin Scorsese e così è stata rifatta centinaia di volte. Poi è stata cancellata per permettere che il film rientrasse nei canoni del “vietato ai minori di 14”. Anche Di Caprio comunque rifece decine di volte il ciak del bacio con Joanna Lumley, causa nervosismo del divo. Questo dimostra che anche i grandi attori – a differenza di certi folli broker – sono persone normali.

THE WOLF OF WALL STREET

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Fotografia: un’arte che fa della necessità la sua virtù — 21 gennaio 2014

Fotografia: un’arte che fa della necessità la sua virtù

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 Antelope Canyon, Navajo (Arizona). Le guide e gli abitanti del luogo dicono che la bellezza di questo canyon possa essere valorizzata solo attraverso lo scatto di una fotografia. Essa permetterebbe di vedere la luce che trafigge le pareti della grotta da una prospettiva preclusa alla vista naturale.

Sicuramente è curioso ed affascinante pensare di poter ampliare la nostra “vista”, avere l’occasione di cogliere un dettaglio significativo che sul momento non siamo in grado di vedere. Senza dubbio, la fotografia è maestra in questo. Si vuole riflettere sulle potenzialità di quest’arte senza fare nessun tipo di paragone con le restanti espressioni artistiche.

La vita ci impone ritmi serrati e sembra inghiottirci in una sequela di eventi che ci passano davanti agli occhi, come un film a velocità doppia e noi, ubriacati di impegni, non riusciamo sempre a tenere il passo. Ecco che diventa fondamentale sfruttare al volo le occasioni che ci vengono offerte per riavvolgere il nastro e prendere fiato da un esistenza che ci vuole apneisti.

In tal senso, la fotografia è l’arte dell’essenziale, è impattante e diretta. Anche chi dice di non avere tempo non ha scuse, basta un secondo per vedere un’ immagine. Non richiede sul momento grandi sforzi mentali, la sua sincerità è sconvolgente. La fotografia si fa carico della necessità di tempo che noi tutti abbiamo, restituendoci un notevole spunto per analizzare la realtà che ci circonda.

William Wordsworth era dell’avviso che le migliori sensazioni possano nascere solo quando le emozioni sono collezionate in tranquillità, lo diceva centocinquanta anni fa. Oggi siamo noi a dover ritagliare la tranquillità in mezzo al caos; dunque è necessario fruire appieno dei mezzi di cui noi “gente moderna” siamo provvisti.

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Idea di infinito. La brezza che fa oscillare i giunchi e l’ immensità del mare trasmettono l’ idea delle infinite possibilità che abbiamo nella vita, se solo crediamo in noi stessi.

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L’ idea di Dio, intesa come immagine di raccoglimento e di luce che, come una speranza, si intromette nell’oscurità.

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Il concetto di attenzione, del donare attenzione a chi ne ha bisogno. Un dono che arricchisce chi lo riceve e che è bello se non pretende di essere restituito.

Questi sono solo alcuni esempi di come una fotografia possa suscitare in noi emozioni in maniera diretta, senza ricorrere alle parole. Abbiamo bisogno di essenzialità e immediatezza. Desideriamo farci capire senza troppi giri di parole. Non tutte le occasioni ce lo permettono, ma a volte è un bisogno di mutismo dato dal fatto che abbiamo la mente intasata dal rumore assordante del traffico, dalle parole di chi ama il suono della propria voce, dalle chiacchiere inconsistenti dei tuttologi.

La fotografia può divenire un mezzo importante per comunicare idee in maniera semplice e chiara e se si considera il fatto che è alla portata di tutti, si può pure definire essenziale.

Gianluca Rosa

PS: ringrazio Marianna Mina e Alice Martini che mi hanno fornito le fotografie e lo spunto per la stesura di questo intervento su exnovohouse.com

Staminali: cosa sono e a cosa servono — 19 gennaio 2014

Staminali: cosa sono e a cosa servono

Manifestazione in sostegno del metodo Stamina

I recenti sviluppi sul caso Stamina hanno fatto tornare alla ribalta il tema delle cellule staminali. Ma tutti sanno cosa sono? E soprattutto, lo sa chi dovrebbe occuparsi di informazione e divulgazione? Qui di seguito trovate alcune semplici concetti che, seppur non esauriscano nemmeno lontanamente l’argomento, potrebbero essere quanto meno utili ad orientarsi fra la miriade di notizie che leggiamo ogni giorno.

ALCUNI CONCETTI FONDAMENTALI

Le staminali sono cellule indifferenziate in grado di dare origine a diversi tipi di cellule del corpo mediante un processo che prende il nome di differenziamento cellulare. Esse si posso trovare in diversi compartimenti del nostro organismo e giocano un ruolo fondamentale in vari tessuti. Fondamentalmente le cellule staminali godono delle seguenti proprietà:

–          non sono terminalmente differenziate

–          posso dividersi senza limiti ma generalmente si replicano piuttosto lentamente.

–          quando si dividono ciascuna cellula figlia ha due scelte: può rimanere una cellula figlia o può prendere un percorso che la porterà al differenziamento terminale facendola diventare una cellula specializzata.

Esse sono necessarie ovunque vi sia la necessità di un ricambio di cellule differenziate. Le staminali di un determinato compartimento danno origine alle cellule di quello specifico tessuto. Ne troviamo dunque diversi tipi: le staminali dell’epidermide che danno origine a cellule epiteliali, le staminali ematopoietiche che danno origine alle cellule del sangue e così via. Queste vengono definite multipotenti perché possono differenziare ma solo in una specifica categoria di cellule. Un discorso diverso va fatto per le cellule staminali embrionali che possono dare origine a qualsiasi tipo di cellula motivo per cui vengono definiti totipotenti.

Le cellule staminali possono essere prelevate dal midollo, dal tessuto adiposo, dal cordone ombelicale o dalla placenta. Per quanto riguarda l’uso degli embrioni notevoli problemi sono sorti per obiezioni di tipo etico e morale in quanto il loro prelievo porta alla distruzione dell’embrione.

In Italia la sperimentazione e l’utilizzo degli embrioni è proibito mentre già da diverso tempo si sono messe in atto terapie con staminali “adulte” (o mesenchimali). D’altra parte la ricerca sulle staminali embrionali non ha avuto i risultati sperati ed anche paesi nei quali era consentita la sperimentazione si sta via via focalizzando l’attenzione prevalentemente sulle cellule mesenchimali.

 

UTILIZZI

Ma quali sono gli utilizzi terapeutici? Le staminali vengono utilizzate già da parecchi anni per la cura di patologie maligne del sangue o del midollo osseo con recenti applicazioni nel campo della medicina rigenerativa. E’ possibile utilizzarle per la rigenerazione del midollo osseo danneggiato in seguito a trattamenti chemioterapici o radioterapici.

Tuttavia alcuni organi come cuore e cervello sembrano essere sprovvisti di compartimenti staminali. Non è dunque possibile prelevarle da donatori. Dopo ictus e infarti cardiaci i pazienti che hanno subito la morte di una porzione più o meno ampia di quei tessuti ne risentono spesso pesantemente. Se ad esempio si riuscisse a rigenerare il muscolo cardiaco danneggiato con l’utilizzo di cellule staminali i risultati sarebbero strepitosi. La ricerca fino ad alcuni anni fa si basava sull’utilizzo di cellule embrionali totipotenti prelevate dl cordone ombelicale. Questo metodo tuttavia non ha dato i risultati sperati perché le staminali sono spesso mal tollerate dal paziente. Essendo infatti cellule provenienti da un altro individuo non vengono riconosciute dall’organismo che le attacca considerandole come elemento estraneo. Questo obbliga all’utilizzo di farmaci anti-rigetto non primi di sgradevoli ed a volte gravi effetti collaterali. A tutto ciò si aggiungono le controversie di carattere etico sull’utilizzo degli embrioni.

LE ULTIME SCOPERTE

Negli ultimi anni  tuttavia alcuni ricercatori hanno fatto una scoperta eccezionale che potrebbe porre fine una volte per tutte al problema. Sono riusciti a manipolare le cellule trasformando una cellula staminale mesenchimale in una cellula pluripotente attraverso l’espressione forzata di alcuni geni. Si tratta di una procedura geniale con la quale potrebbe essere possibile riportare le cellule adulte ad uno stadio primitivo di indifferenziazione e totipotenza. Nel 2007 il professor Shinya Yamanaka  dell’università di Kyoto, coordinatore della ricerca è riuscito a trasformare fibroblasti umani in cellule staminali pluripotenti. La scoperta gli è valsa il premio Nobel per la medicina.

Tuttavia siamo ancora lontani dall’ottenere con assoluto successo una cellula specializzata e funzionale da una cellula adulta. È questo il  motivo per cui, a fronte delle conoscenze attualmente possedute, il metodo Stamina di cui tanto si discute  risulta così poco attendibile.

Ancora molti studi sono necessari e un eventuale utilizzo della terapia potrebbe avvenire solo fra alcuni anni. Ad ogni modo su una cosa possiamo essere certi: è questa la nuova frontiera della ricerca e qui risiede il futuro della medicina. Forse non siamo poi così lontani dalla possibilità di rigenerare qualsiasi tessuto del nostro corpo.

Marco D’Acunti

Al cinema con Hunter: Porco Rosso (1992) — 17 gennaio 2014

Al cinema con Hunter: Porco Rosso (1992)

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Porco Rosso è un capolavoro. D’altronde tutto ciò che esce dallo studio Ghibli è un capolavoro o quasi. Eppure abbiamo aspettato quasi vent’anni per poterlo vedere in Italia e non è certamente la prima volta che succede. Il primo film dello studio di Miyazaki e Takahata, Laputa – Castello nel cielo, è uscito in Giappone nel 1986 e sapete quando è arrivato da noi? Nel 2004. In DVD, non al cinema! Sarà poi Lucky Red che deciderà finalmente di portarlo nelle sale, nel 2012. Kiki – Consegne a domicilio, un film del 1989, è stato distribuito per il mercato home video italiano nel 2002. Al cinema ci è arrivato l’anno scorso. Pressoché tutti i film di Miyazaki e co. fanno un enorme fatica per superare la dogana, persino La città Incantata ci ha messo 2 anni, pur vincendo un Oscar. Ma i vari dizionari, le riviste, persino il pubblico danno sempre giudizi positivi. Perché, allora, si aspetta così tanto ad importarli?

Il problema è di origine culturale e, come in ogni arte,  il cinema ne è sempre un riflesso. Noi occidentali – italiani soprattutto – siamo soliti tenere ben separati i vari aspetti della vita: c’è il momento serio e quello per divertirsi, il sacro e il profano, il bene e il male. Invece, nella cultura orientale la tendenza è di considerare ogni cosa parte di un tutto generale. Nel cinema tutto ciò si manifesta con grandi e piccole differenze: ad esempio i personaggi nella tradizione cinematografica occidentale sono sempre molto “tagliati”: quello buono, quello stupido, quello cattivo; invece nel cinema orientale è tipico avere personaggi che non riesci ad “inquadrare”: buoni per certi aspetti, cattivi per altri, stupidi per altri ancora – vedasi I sette samurai di Akira Kurosawa per un esempio pratico – e anche i generi vengono spesso mischiati. Alle volte capita che in mezzo ad un film molto profondo e realistico compaiano elementi del tutto surreali. Prendiamo La tigre e il dragone. È stato un vero e proprio blockbuster anche in Europa, ma spesso si sentiva gente commentare: “il film è bello e commovente, ma quando si mettono a volare sui tetti non lo capisco proprio”. Questo perché il cinema orientale segue regole diverse da quello nostrano.

Possiamo immaginare come sia poi difficile superare questo tipo di diversità in un ambito delicato come il “cosa far vedere ai nostri pargoli”. I film di Miyazaki sono sì diretti a un pubblico giovanissimo, sì fiabeschi in ogni aspetto, ma creati per inserire nella mente dei bambini concetti come la crescita, la metamorfosi, la determinazione e perché no? L’amore e la morte. Il tutto comunicato in modi surreali, che i genitori non capiscono. Così finisce che pochi vogliono prendersi la responsabilità di distribuire un prodotto simile e si preferisce buttarsi su qualche idiozia, di puro intrattenimento, che non ha il rischio di essere incompreso o frainteso.

E dopo la premessa veniamo al film: Porco Rosso è la storia di Marco Pagot un pilota della Regia Aeronautica che durante la prima guerra mondiale viene trasformato in un maiale antropomorfo. Con l’avvento del fascismo decide di disertare e vivere in solitudine in un’isoletta nell’Adriatico, anche se continua a mettere la propria abilità e il suo idrovolante al servizio della gente contrastando famigerate bande di “pirati del cielo”. Questi, stanchi di prendersele, ingaggeranno un pilota americano per batterlo a duello.

Essenzialmente la trama è tutta qui. Chi conosce Miyazaki sa che le sue trame, sotto l’apparenza, nascondono una vera epopea di storie, invece Porco Rosso è semplice e diretto. La sua bellezza va oltre alla storia. Partendo dal protagonista, un personaggio magnifico: rifugge la dittatura e preferisce rimanere emarginato e latitante piuttosto che rinunciare alla libertà. Ciò nonostante non è un reietto. Riesce a guadagnarsi un grande rispetto grazie alla sua bravura, dimostrando che ciò che si è, fosse anche un maiale, non determina il modo di vivere. È così carismatico da poter tenere da solo in piedi il film, ma viene affiancato da altri personaggi fantastici, come Fio, la nipote del meccanico, simbolo della determinazione adolescenziale e della voglia di superare i propri limiti fino alla perfezione.

Inoltre, tutta la pellicola è farcita di scene e siparietti colmi di significati: ricordiamo, ad esempio, quando il meccanico spiega che tutti gli operai sono scappati per cercare fortuna e chi si occuperà della ristrutturazione dell’idrovolante saranno le mogli e le sorelle degli operai, rimaste a lottare con grande forza di volontà. Un inno al femminismo immediato e commovente.

Ma ciò che rende Porco Rosso un’opera d’arte più che un cartone animato sono i disegni, marchio di fabbrica dello studio. Con poche pennellate riesce a dipingere un Italia anni ’20 da cartolina che nemmeno noi italiani siamo mai riusciti a rendere così poetica. Scenari e paesaggi degni di un acquerello di William Turner, sospesi tra sogno e realtà, capaci di dare forza alla narrazione trascinando lo spettatore in un mondo di una dolcezza incredibile. Il tutto sorretto da una colonna sonora perfetta, del grande Joe Hisaishi, che rende ancor più vero e vicino il film.

Dopo una tale presentazione ci si chiede perché non venga trasmesso in TV una sera su due, ma già il fatto che sia arrivato da noi è un segno che stiamo crescendo e che a poco a poco la nostra cultura si stia aprendo ad altri modi di considerare l’educazione e il cinema per bambini. In più qualche mese fa beccai Ponyo sulla scogliera su Rai Yoyo. Una di quelle cose che ridanno un pizzico di fiducia almeno sulla politica televisiva italiana.

Hunter Reed (Fabio Rossato)

The Counselor – il procuratore —

The Counselor – il procuratore

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Dramma o thriller? Nessuno dei due. L’ultimo di Ridley Scott è sicuramente un film per pochi. Una pellicola fuori dal comune, quindi. Ma, certo, non un capolavoro. Lo definirei più un film denuncia. Duro, con tanta carne al fuoco, ben recitato.

Gli ingredienti essenziali sono tre: brutalità dei cartelli criminali, dissolutezza dei costumi contemporanei, violenza pura nell’uomo. In altre parole, The Counselor si scaglia contro il male. Quello vero, che assume le sembianze della ninfomane Malkina (una Cameron Diaz in gran forma). Lei è l’amante carnale per eccellenza. Ma anche la perfida dea del marcio. Il simbolo del maligno, dunque. La passionale freddezza dell’Übermensch.

Il reale obiettivo di Scott è comunque il mondo che conta. Quello dei dollari sporchi di sangue. Ciudad Juarez, Messico. Il cartello di Sinaloa. Sempre presente, eppure mai citato nel film. Il procuratore (Michael Fassbender) è un avvocato in cerca di facili guadagni. Perciò si mette in affari con Reiner (super Javier Bardem!) e tramite il losco Westray (Brad Pitt, versione cowboy) entra nel mondo nero della malavita. Da quel vicolo però non c’è mai via di fuga. Il ragno può risucchiarti velocemente, se cadi nella sua tela.

Pallottole, dialoghi riflessivi e sessualità volutamente ostentata. Il tutto in poche scene. Il resto è una sceneggiatura efficace, ideata da quel Cormac McCarthy che scrisse Non è un Paese per vecchi. In definitiva Ridley Scott prosegue la personale e velata battaglia contro il potere corrotto (mafiosi, affaristi, politici), nel filo conduttore di American Gangster e Nessuna Verità. Ci insinua il dubbio, mostra il male che persuade e un bene troppo spesso fragile.

A buon intenditor.

Paolo Fassino

Classifiche dal mondo: le 5 città più pericolose — 13 gennaio 2014

Classifiche dal mondo: le 5 città più pericolose

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Criminalità, disuguaglianza, miseria. Per molti il mondo è uno schifo. Ora più che mai. Lo stesso pianeta che offre all’occidente ricchezze e privilegi sfrenati, riserva per alcuni fame e umiliazioni quotidiane. Così ha inizio la criminalità. Il modo più brutto, più veloce per conquistarsi le negazioni della vita. Denaro, lavoro, rispetto. La classifica di oggi mostrerà – l’avete capito – una dura realtà.

Sì, ma i media? Dal canto loro, i mezzi di disinformazione collettiva tentano di occultare. Evitano di parlare troppo dei più deboli. Evitano di dar loro attenzione. Evitano pure di farne dei martiri. Motivi? Per non turbarci troppo, per il bene della classe media che consuma e non può avere compassione. Per cinismo o forse per non piantare il seme della ribellione.

Appurata la relazione esistente tra povertà e crimine, ecco la black list delle metropoli più pericolose. Quelle da evitare o bypassare, nel caso siate turisti da battaglia.

Ciudad Juarez, Messico.

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Semplicemente la città più pericolosa del mondo. Lo attestano statistiche governative, Ong e studi accademici. È la capitale della droga. La posizione di confine tra Messico e Usa le conferisce il ruolo di roccaforte dell’illecito. Una sorta di emporio internazionale in mano al cartello di Sinaloa, uno dei più attivi in centro America. Negli ultimi vent’anni ci sono stati oltre 1000 femminicidi, mentre il numero delle donne scomparse è salito a 500. Se guardiamo alla quantità degli omicidi violenti legati al commercio di stupefacenti, cadiamo dalla sedia. 11 mila morti, dal 2007 a oggi. Una guerra. O giù di lì. Misure per contrastare il fenomeno? Nessuna degna di nota.

Caracas, Venezuela.

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La capitale del Venezuela presenta il secondo tasso di omicidi del globo. Qui i crimini di piccolo retaggio sono la normalità da decenni. Gli omicidi, poi, rappresentano il più conosciuto metodo di regolamento di conti. La polizia locale ha vietato ai turisti di indossare gioielli durante gite o passeggiate in centro. Pare sia l’unica soluzione suggerita dalle autorità.

Attualmente è in corso una guerra tra gang. Il tasso medio di omicidi è di 7 mila all’anno.

Mogadiscio, Somalia.

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Vivo esempio del fallimento anarco-capitalista, Mogadiscio è una città fantasma mantenuta in vita artificialmente. Come un paziente in coma vegetativo. La capitala somala è dunque al centro di una crisi umanitaria senza precedenti. In mano ai signori della guerra dal 2007, ha vissuto un sistematico peggioramento; fino a raggiungere i 2 milioni di sfollati. Tra le strade, intanto, si susseguono omicidi, stupri e furti. Epidemie di ogni genere stanno poi decimando la già provata cittadinanza.

Lagos, Nigeria.

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Ex capitale della Nigeria, Lagos è la città più popolata d’Africa. Dei suoi 22 milioni di abitanti, almeno il 60% vive in baraccopoli accidentate. Da un lato grattacieli infiniti, dall’altro poveracci senza acqua potabile, bagni o cure sanitarie. Questo profondo squilibrio è alla base della criminalità più o meno organizzata della metropoli. Sviluppati gangsterismo, omicidi e corruzione politica.

Karachi, Pakistan.

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La città che si affaccia sul Mar Arabico è considerata, a buon motivo, la più pericolosa d’Asia. Le ragioni sono simili a quelle che interessano Lagos: contraddizioni sociali, povertà diffusa e sopraffazione. I 23 milioni di cittadini che la abitano vivono ben al di sotto degli standard necessari. Se consideriamo poi le decine di attentati terroristici che ogni anno appestano la città (30 solo nel 2010), possiamo chiudere il quadro. A cuor leggero.

Ecco a voi le prime cinque. Se volete scoprire le altre, andate in qualsiasi sito di informazione o guardatevi Passaggio a Nord Ovest ogni tanto. O continuate a leggere. In sesta posizione troviamo l’“americanissima” New Orleans, poi Bogotà in Colombia, segue la cecena Grozny, la putiniana Mosca e in chiusura Città del Capo – Sud Africa.

Paolo Fassino

Al cinema con Hunter: Un lupo mannaro americano a Londra (1981) — 10 gennaio 2014

Al cinema con Hunter: Un lupo mannaro americano a Londra (1981)

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John Landis non è così conosciuto come ci si aspetta. È uno di quei registi del quale tutti hanno visto almeno un paio di film, però non ci si ricorda mai il nome. Non come E.T. che tutti, anche il bimbo di 3 anni, sanno che è diretto da Spielberg. Eppure, appena dici che è quello di Blues Brothers o Una poltrona per due tutti che fanno “ah, ma sì, geniale!”. Nel caso aveste vissuto fin’ora sotto un sasso e la vigilia di Natale l’avete sempre passata a fare snorkeling in Australia – beati voi – vi consiglio la visione di almeno quei due film perché sono bellissimi, fanno ridere e anche un po’ riflettere. Chi poi è un veterano di Landis, senza nemmeno conoscerlo, non può farsi scappare Animal House. Così si accorgerà che American Pie non ha niente di originale, a parte il modo di mostrare i culi.

Comunque, il film sotto i riflettori questa settimana è Un lupo mannaro americano a Londra. Premetto che è un horror e anche se diluito con l’ironia e l’umorismo demenziale tipico di Landis sempre di horror si tratta, nemmeno troppo leggero e sufficientemente splatter. Una delle cose che mi hanno colpito, infatti, è che non si comporta da parodia, non è una commedia horror che fa ridere e basta, è un horror e anche una commedia. Un’opera davvero originale: l’effetto di cucire in una stessa scena atmosfere disturbanti e gag demenziali è perfetto e unico. In una scena si passa da un massacro in un cinema porno a un esagerato tamponamento a catena nello stile di Blues Brothers, il tutto in meno di un minuto.

Anche la trama, pur restando nel canone dei film con l’uomo lupo, riesce ad essere innovativa: due ragazzi in vacanza nella brughiera britannica vengono attaccati da un lupo mannaro, uno muore e l’altro viene “mannarizzato”. Quest’ultimo viene portato in ospedale e poi a casa dell’infermiera di cui si è innamorato. Mentre è convalescente riceve visite del suo amico in forma di zombie e lo avverte che si trasformerà in un mostro alla prima luna piena, perderà la coscienza di sé e ucciderà, così, gli consiglia di suicidarsi, per evitare di nuocere e per liberare il mondo dalla maledizione del lupo mannaro.

La regia nelle scene più cruente è perfetta, soprattutto se consideriamo l’anno di produzione, e i tempi comici e le scenette sono azzeccati e attuali. Inoltre, nonostante l’unione di due generi di per sé poveri di poetica e significati, Landis stupisce ancora una volta. Analizzato con un po’ di attenzione vediamo che sotto l’intrattenimento vi è una riflessione sulla psiche umana non da poco: il protagonista passa da essere il classico americano immaturo ad un uomo che deve scegliere tra la sua vita e quella degli altri. Amore, amicizia, egoismo (perché a perdere ogni inibizione il protagonista scopre un nuovo modo di vivere, non del tutto peggiore) e molti altri sentimenti si accavallano senza lasciare scampo e il film lascia una velata risposta su quale di questi sia il più forte e come la pensa Landis sull’essere umano. Anche la fine è una vera e propria secchiata di acqua gelida.

Insomma, è un film che vale pena di vedere anche se non vi piace l’horror o se non gradite la comicità Landissiana perché è, e rimarrà sempre, qualcosa di nuovo e interessante.

Hunter Reed (Fabio Rossato)

Stamina: i mille interrogativi sul metodo Vannoni — 9 gennaio 2014

Stamina: i mille interrogativi sul metodo Vannoni

Continua a far discutere il metodo Vannoni. Gli ultimi episodi sembrano mettere ancora più dubbi e perplessità sull’efficacia della cura.

Manifestazione in sostegno del metodo Stamina

IL METODO STAMINA

E’ ormai da diversi mesi che le notizie sul metodo stamina impazzano sui mass media. Si tratta di un particolare trattamento medico che, secondo il suo ideatore, Davide Vannoni si baserebbe sulla conversione di cellule staminali mesenchimali in neuroni e consentirebbe di guarire gravi malattie per le quali fino ad oggi non si conosce alcuna cura e sarebbe particolarmente utile nel trattamento di malattie neurodegenerative.

Ad oggi sorgono molti dubbi sulle terapie della Stamina e l’efficacia della cura non è mai stata autenticata. Occorre sottolineare che affinché una scoperta scientifica venga certificata dovrebbe seguire un iter ben preciso. Innanzitutto andrebbe pubblicata su una rivista scientifica accreditata. Dopodiché l’esperimento deve essere riprodotto da altri laboratori indipendenti che hanno il compito di certificarne la validità. Infine il metodo può essere brevettato.

Non si può dire che la Stamina abbia rispettato questa procedura. Pare che Vannoni abbia presentato una domanda di brevetto all’ufficio brevetti USA nel 2012 ma che questo l’abbia parzialmente respinta in quanto non venivano indicati con sufficientemente chiarezza i dettagli della tecnica seguita. Ad oggi la domanda non è più stata inoltrata. I risultati positivi ottenuti non sembrano ben documentati e certificati.

L’INCHIESTA

Nel 2009  è stata aperta un’inchiesta sul metodo Stamina , avviata dal procuratore Guarniello. I dati che emergono sono preoccupanti. A partire dal 2007 – anno di fondazione della società –  la Stamina avrebbe trattato numerosi pazienti dietro compenso di somme tra i 20.000 e i 50.000 euro. Vannoni – che ricordiamo essere laureato in filosofia –  garantirebbe una quasi assoluta efficacia nel trattamento di patologie neurologiche quali SLA, Parkinson , paresi e ictus e diverse leucemie. Le cure sarebbero state spesso somministrate in luoghi privi di autorizzazione medica, tra i quali figura un centro estetico a San Marino. Vannoni, e numerosi medici della stamina vengono rinviati a giudizio con l’accusa di truffa e associazione per delinquere.

Nonostante queste controversie il metodo stamina ha continuato ad essere praticato in Italia e nel maggio 2013 la commissione  affari sociali della Camera dei deputati chiamata a pronunciarsi sulla questione ha approvato ufficialmente l’avvio alla sperimentazione del metodo. Non sono mancate  critiche da parte di esperti a livello internazionale che hanno accusato l’Italia di consentire la pratica di un metodo privo di qualsiasi validità scientifica.  Il Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin ha deciso così di nominare una commissione di esperti con il compito di accertare la funzionalità della terapia. Intanto Vannoni è stato chiamato a presentare al Ministero della Sanità tutta la documentazione scientifica da lui posseduta al fine di poterla studiare tuttavia pare che per ben due volte abbia rimandato la consegna.

GLI ULTIMI SVILUPPI

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Nel settembre 2013 il comitato scientifico del Ministro della Sanità ha consegnato un rapporto nel quale definisce il metodo Stamina privo di fondamento scientifico e rischioso per i pazienti  per cui “mancano delle basi che giustifichino la sperimentazione già autorizzata dal Parlamento”

Dal rapporto risulta che il team di esperti avrebbe provato a riprodurre l’esperimento di Vannoni tentando di far trasformare cellule staminali mesenchimali in neuroni seguendo la stessa procedura ma i risultati sarebbero stati, come atteso, del tutto negativi.

A fronte di tali dati ad ottobre il Parlamento ha bocciato definitivamente la sperimentazione. Immediata la reazione di dei parenti e dei genitori dei pazienti in cura con le staminali e per i quali il metodo Vannoni è visto come un’unica possibile occasione di salvezza. Inoltre sono apparse le testimonianze di alcuni medici che hanno collaborato alla sperimentazione i quali sostengono di aver visto dei miglioramenti nei pazienti. Anche i genitori di molti bambini affetti da patologie neurologiche dicono di aver constatato con il loro occhi notevoli progressi nei loro figli in seguito al trattamento di Vannoni. In particolare la Stamina sottolinea il successo nella cura dell’atrofia muscolare spinale di tipo 1 (SMA1)  e della paralisi cerebrale infantile.  Alcuni programmi televisivi come “Le Iene” hanno dato voce ai parenti dei piccoli pazienti e raccolto le interviste dei professionisti che sostengono l’uso delle staminali promuovendo appelli affinché le cure venissero di nuovamente autorizzate.

Intanto Vannoni ha fatto ricorso al TAR del Lazio il quale il 3 dicembre ha sospeso il provvedimento del Comitato del Ministero della Sanità in quanto ritenuto “non del tutto imparziale” e ha disposto la costituzione di un nuovo comitato scientifico.

Pochi giorni fa la polemica si riaccende quando la Stampa h pubblicato alcuni rapporti dei Nas e del comitato scientifico del Ministero finora rimasti secretati. In questi documenti si legge che in base alle indagini effettuate il trattamento Stamina potrebbe essere pericoloso in quanto esporrebbe i pazienti al rischio di trasmissione di malattie quali l’AIDS e l’encefalopatia spongiforme meglio conosciuta come “morbo della mucca pazza”. Il metodo farebbe infatti uso di siero bovino per la colture delle cellule, procedura non proibita ma sconsigliata dagli esperti. Nel rapporto della commissione scientifica vengono fortemente criticate le procedure seguite dal team di Vannoni in quanto rischiano di esporre a contaminazione di vario genere il siero iniettato nei pazienti. Non solo, il vero clamoroso scoop sarebbe un altro: ciò che viene inoculato non conterrebbe neanche staminali mesenchimali ma una miscela di vari componenti a base principalmente di leucociti, ovvero cellule del sangue. Questa raffica di informazioni non può che creare ancora più confusione e panico nel pubblico .

Il 28 dicembre parenti e medici decisi nel continuare ad ogni costo la terapia si sono recati a Roma per presentare i documenti che dimostrerebbero l’efficacia del metodo.

Il nostro invito è come sempre quello di non limitarsi ad una singola fonte ma attingere a varie sorgenti di informazioni in modo di poter quanto meno avere più punti di vista e crearsi un’immagine più completa della vicenda.

Nel frattempo attendiamo i risultati della nuova commissione di esperti nella speranza che questa dia una maggiore garanzia di imparzialità e faccia luce una volta per tutte su uno dei fenomeni più controversi dell’ultimo periodo.

CONSIDERAZIONI

Per quanto sia difficile non dubitare di un metodo così controverso per il quale non sembrano esserci riscontri effettivi di efficacia va comunque preso in considerazione lo stato d’animo e le attese di quei genitori i cui figli sono gravemente malati e per i quali la cura a base di staminali è considerata l’unica ancora di salvezza alla quale aggrapparsi. E’ facile da dietro una scrivania ragionare razionalmente e giudicare la credibilità o meno di un metodo ma se soffermandoci a pensare qualche istante ci mettessimo nei panni di queste persone allora riusciremmo a capire come tutto diventi più complicato.

A maggior ragione in circostanze del genere è necessario un sostegno concreto ed un aiuto a chi in questo momento vede le istituzioni come un malvagio antagonista e si sente completamente abbandonato al proprio infausto destino.

Vanno comunque fatte ulteriori considerazioni su questo caso che non è ancora nemmeno lontanamente chiuso. Nonostante i dati forniti da Vannoni siano alquanto imprecisi, limitati e controversi restano le testimonianze di alcuni medici e numerosi genitori che dicono di aver visto dei miglioramenti nei pazienti. Se da un lato è difficile per gli esperti credere nell’efficacia di questo metodo che da un punto di vista puramente scientifico appare del tutto infondato, dall’altro non si può ignorare quanto sostenuto da queste persone o pensare che siano tutte in malafede.

In un mondo che si basa sempre più su dati raccolti in provette e vetrini  – la cui fondamentale importanza non è messa assolutamente in discussione – non bisogna commettere l’errore di trascurare quello che più di importante esiste in medicina, ovvero l’osservazione del paziente e degli sviluppi clinici. E’ probabilmente questo l’aspetto su cui dovranno basarsi le successive indagini da parte delle commissioni competenti. Se vi saranno riscontri oggettivi si potrebbe addirittura pensare, per quanto poco probabile, di mettere tutto in discussione.

Marco D’Acunti

Di Seguito riportiamo alcuni link utili per approfondire l’argomento,

Metodo Stamina (Wikipedia) http://it.wikipedia.org/wiki/Metodo_Stamina

Sito ufficiale Stamina: http://www.staminafoundation.org/

 Ma cosa sono effettivamente le cellule staminali e come vengono utilizzate? Per scoprire qualcosa in più non perdete il prossimo articolo di ExNovo.

I sogni segreti di Walter Mitty: un sottile esame di coscienza — 8 gennaio 2014

I sogni segreti di Walter Mitty: un sottile esame di coscienza

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Vi è mai capitato di sognare ad occhi aperti? Fantasticare su possibili avvenimenti bizzarri che vi vedano protagonisti in un futuro inverosimile? Sogni di grandezza, nei quali riuscite a compiere gli obiettivi che vi siete prefissasti in maniera grandiosa, come conquistare una donna. Walter Mitty è un uomo totalmente immerso nelle sue fantasticherie e questo lo porta ad “incantarsi” di fronte alla realtà, a contemplarla passivamente, a tal punto da impedirgli di affrontarla pienamente. Un esempio è il fatto che al posto che parlare con la collega Cheryl Melhoff e rivelarle i propri sentimenti, si limita a tentare di interagire con lei tramite un sito di incontri. Non è un caso che riesca a relazionarsi meglio con lei nella vita reale, rispetto a quanto non riesca nella vita virtuale.

Il film è viaggio di formazione che porta il protagonista a raggiungere la maturità interiore. È curioso il fatto che Walter abbia quarantadue anni, come a dire che si è in crescita a qualsiasi età. Ma che cosa può spingere un uomo a voler cambiare così radicalmente il corso dei suoi giorni? Qui si parla di voglia di vivere! È la voglia di scoprire il mondo che ci porta a provare sensazioni di grandezza; e tutto questo può essere compiuto se iniziamo a fare.

Walter, nel film, intraprende il suo viaggio non tanto per la paura del licenziamento, ma perché è stufo di rimanere intorpidito dai suoi sogni, anestetizzato da essi. Lo fa anche perché mosso dal sentimento che prova per una donna. Sono i sentimenti che ci portano a compiere grandi gesti, la convinzione nei mezzi che abbiamo ci spinge a voler elevarci. Non è un caso che la rivista per cui lavora Walter si chiami “Life” e che essa abbia prosperato grazie al lavoro delle persone che ci hanno messo l’anima per portarla al proprio apice. In questo senso, la vita appartiene a chi la vive, perché è qualcosa che non si vede ma in cui siamo totalmente immersi: è dunque impossibile limitarsi a contemplarla.

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Un’ ultima considerazione sul nostro amico Ben Stiller. Intraprende questo film da regista e attore e lo fa staccandosi dal solito genere della commedia verosimile, spiazzando anche un po’ lo spettatore che magari potrebbe aspettarsi qualcosa di più frivolo. Non è così. Ben ha sentito il viaggio di Walter come il suo stesso viaggio, che vuole portarlo verso la sua maturazione artistica. E quello che ha fatto ci sta tutto, perché il film è scritto e recitato davvero bene e induce in chi lo vede un sottile ma costante “esame di coscienza”, in cui ognuno di noi è chiamato a prendere in considerazione i passi della propria vita con autocritica.

Gianluca Rosa

Così stanno umiliando il mare, capitolo primo. Scuola, evitata la follia pura. —

Così stanno umiliando il mare, capitolo primo. Scuola, evitata la follia pura.

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Lucio Dalla è profetico. Nella celebre “Come è profondo il mare” aveva, con delicatezza, fotografato la malvagità del potente. Parafrasando le parole della canzone, si riesce chiaramente a vedere cosa stia accadendo al mondo e all’uomo. Il potente vuole dominare su tutti, vista la sua conclamata e riconoscibile superiorità. Così la massa si fa facilmente ingannare. Anche se qualcuno, in sordina, continua a riflettere. E qui arriva la stoccata del potente. Blocchiamo il sapere, bruciamo la conoscenza, avveleniamo il mondo. Uccidiamo quindi l’uomo, umiliandolo.

Ora, tralasciando per una volta chi è il potente (meglio parlare al singolare per evitare di passare come un complottista da baretto), andiamo all’aspetto economico della settimana. In assenza di notizie scottanti, uno si trova costretto a parlare dell’ovvio (film, classifiche e fantomatiche rubriche di cucina). Il potente però non ci vuole lasciare a secco. A suo modo ci vuole bene. Ecco che ci regala qualcosa. Accontentiamoci ovviamente, e ringraziamo.

Lo Stato italiano doveva rubare nelle tasche di 80 mila suoi dipendenti 150 euro. Ogni mese, finché non sarebbero state trovate altre coperture. La norma riguardava la sospensione e la successiva decurtazione degli scatti d’anzianità 2013, nelle busta paga di insegnanti e bidelli. Lasciamo perdere il colpevolissimo ritardo della notifica. Chiudiamo pure un occhio sulla strepitosa figura di cacca del governo Letta (premiata ditta Saccomanni e Carrozza). Assolviamo addirittura la burocrazia incompetente. Alidilà di tutto quindi, ma ci state prendendo per il sedere? Oramai vi siete sdoganati. L’abbiamo capito tutti, qua giù, nella terra di mezzo che ci separa dal vostro Olimpo. Non riuscite più a nascondervi. Permettete un consiglio: ci vuole più carboneria, più passaggi loschi. Più riservatezza.

L’hanno capito anche le lavagne che ci volete annientare, anche se poi abolite i provvedimenti che divulgate. Ma fatelo con più garbo. Un po’ di rispetto per una classe da tempo cadavere. E non mi riferisco solo alla categoria degli insegnanti, ma all’intera popolazione occidentale. Non mi riferisco nemmeno ai politici – si fa per dire, competenti – costretti a firmare leggi ideate in sconosciuti alberghi (Bilderberg forse?) del pianeta.

“Mancano le risorse, abbiamo sbagliato i conti”. Questa era la giustificazione, ieri. Da qui in poi, è autorizzata la cavalleria rusticana tra tecnici, segretari e colletti bianchi. Il solito rimpallo di responsabilità e poi tutto, a quel punto, sarà annullato. Infatti, pochi minuti fa, il governo ha bocciato questo provvedimento, evitando di rubare altri soldi. Ma la frittata l’hanno già fatta.

Allo stesso modo, la frittata è ancora in sede di cottura per quanto riguarda la IUC. La nuova tassa sulla casa non ha ancora una fisionomia certa. Perché il governo non ha trovato un accordo per aumentare (guai ad alleggerire) le aliquote per la Tasi e le modalità di detrazione per le famiglie. Tradotto: continueremo a pagare di più rispetto all’anno precedente (il primo che si azzarda a parlare di ripresina lo stendo) con livelli di imposizione ai limiti dei confini democratici.

Nel frattempo, volete sapere cosa fa il potente in Grecia? L’esecutivo di Atene ha approvato un’imposta sulla degenza negli ospedali pubblici. Chi sta in ospedale dovrà pagare pertanto 25 euro al giorno, in aggiunta ai già elevatissimi ticket imposti dalla troika. Chiunque pagherà. Dal comatoso lungodegente al bimbo che si toglie la verruca in day ospital. 

Paolo Fassino

Godiamoci la canzonetta di Lucio Dalla, prima di arrabbiarci davvero.

Lucio+Dalla+luciodalla

“E’ chiaro Che il pensiero dà fastidio

Anche se chi pensa

E’ muto come un pesce
Anzi è un pesce
E come pesce è difficile da bloccare
Perchè lo protegge il mare
Com’è profondo il mare

Certo
Chi comanda
Non è disposto a fare distinzioni poetiche
Il pensiero come l’oceano
Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare
Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare”.

TheTweeter

"Tutto quello che può essere pensato, può essere pensato in modo chiaro; tutto quello che può essere detto, può essere detto in modo chiaro" (Wittgenstein)

Holynow

il divino qui e ora

Il meraviglioso mondo di MaleFj*ca

Inquadro istantanee orbitando sul mio giorno guardando contro-sole la vita che si muove

Wanderlustress

Life in Laos through the lens of a diplomatic wife raising twin toddlers.

Love and a Six-Foot Leash

One family's adventures with America's forgotten dogs.

The Past and Present Future

Ken Hinckley's Ideas, Visions, and Opinions on the Research Frontiers of Human Technologies

Framework

Capturing the world through photography, video and multimedia

Matt on Not-WordPress

Stuff and things.

What an Amazing World!

Seeing, feeling and exploring places and cultures of the world

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La cultura è anche una questione di stile.

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